La camicia rossa di Garibaldi: storia di un simbolo

C'è una camicia che ogni italiano riconosce al primo sguardo, anche senza averla mai vista dal vivo: la camicia rossa di Garibaldi. È forse l'unico caso in cui un capo d'abbigliamento ha dato il nome a un intero esercito, le "camicie rosse", e a un'idea politica. Eppure la sua origine è meno epica di quanto si immagini, e in parte ancora discussa. Per chi ama le camicie è una storia irresistibile, perché dimostra quanto un semplice indumento possa caricarsi di significati fino a diventare un simbolo nazionale.
Montevideo, 1843: dove tutto comincia
La storia della camicia rossa non inizia in Italia, ma in Sud America. Negli anni Trenta e Quaranta dell'Ottocento Giuseppe Garibaldi, esule dopo la condanna per la partecipazione ai moti mazziniani, combatte in Brasile e poi in Uruguay. Nel 1843, a Montevideo, organizza la Legione Italiana, un corpo di volontari formato in gran parte da emigrati italiani, schierato nella guerra civile uruguaiana.
È qui che, secondo la versione più raccontata, nasce la camicia rossa. La Legione aveva bisogno di una divisa, ma i mezzi erano scarsi. Si sarebbe allora approfittato di una partita di camicie di lana rossa a buon mercato, destinata in origine ai lavoratori dei saladeros, gli stabilimenti dove si macellava e si salava la carne, tra Argentina e Uruguay. Il rosso, si dice, era stato scelto per quei lavoratori perché nascondeva le macchie di sangue.
Una storia vera o una leggenda?
È un racconto bellissimo, ma va preso con un po' di prudenza. Le fonti riportano versioni diverse: secondo alcune le camicie provenivano da un magazzino di merce invenduta, secondo altre erano prodotte in una fabbrica di Montevideo per l'esportazione verso i mattatoi argentini. Alcuni storici hanno fatto notare che l'uso di camicie rosse tra i macellai di quegli anni non è documentato in modo solido. C'è persino chi sostiene che Garibaldi si sia ispirato, più tardi, alle camicie di flanella rossa dei pompieri volontari di New York, città in cui visse per un periodo all'inizio degli anni Cinquanta. Insomma, la versione dei saladeros è la più diffusa e la più suggestiva, ma resta in parte nel campo della tradizione.
Quello che è certo è che il rosso divenne presto il colore dei garibaldini, e che Garibaldi stesso, con il poncho sudamericano sulle spalle e il fazzoletto annodato al collo, costruì attorno a quella camicia un'immagine inconfondibile.
Una divisa che non era una divisa
Il fascino della camicia rossa sta anche nella sua semplicità. Non era un'uniforme militare nel senso tradizionale: niente giacche attillate, alamari, bottoni dorati e spalline. Era una camicia ampia, comoda, di lana o di cotone, che chiunque poteva indossare. Questa povertà di mezzi divenne un messaggio: le camicie rosse erano volontari, gente comune, non soldati di professione al servizio di un sovrano.
In un'epoca in cui gli eserciti europei sfoggiavano divise sfarzose e codificate nei minimi dettagli, un gruppo di uomini vestiti con una semplice camicia colorata comunicava qualcosa di radicalmente diverso: libertà, spontaneità, adesione personale a una causa. Il capo d'abbigliamento più umile del guardaroba maschile, quello che fino ad allora si portava nascosto sotto la giacca, diventava improvvisamente una bandiera.
La spedizione dei Mille
Il momento in cui la camicia rossa entra definitivamente nella storia d'Italia è il 1860. Nella notte tra il 5 e il 6 maggio, da Quarto, vicino a Genova, partono su due piroscafi, il Piemonte e il Lombardo, poco più di mille volontari. L'11 maggio sbarcano a Marsala, in Sicilia. Seguono la battaglia di Calatafimi, la presa di Palermo, la risalita della penisola e, all'inizio di settembre, l'ingresso di Garibaldi a Napoli. A ottobre la battaglia del Volturno e poi l'incontro di Teano con Vittorio Emanuele II consegnano il Mezzogiorno al nuovo Regno d'Italia.
C'è però una curiosità che sorprende molti: non tutti i Mille partirono con la camicia rossa. Le cronache raccontano di un gruppo di volontari vestiti in modo eterogeneo, con abiti civili, cappelli diversi, qualche camicia rossa qua e là. Fu nel corso della campagna, con l'arrivo di nuovi volontari e di nuovi rifornimenti, che il rosso divenne il colore distintivo dell'intero esercito meridionale. L'immagine compatta di mille uomini in camicia rossa è, almeno in parte, una costruzione successiva della memoria e dell'iconografia.
Napoli e le camicie rosse
Per chi vive in Campania questa storia ha un sapore particolare. Il 7 settembre 1860 Garibaldi entra a Napoli, arrivando in treno da Salerno, accolto da una folla enorme. Per settimane le camicie rosse diventano una presenza familiare per le strade della città. Da quel momento la camicia rossa entra anche nell'immaginario napoletano, tra stampe popolari, ritratti e racconti tramandati in famiglia.
Dalla guerra alla moda
Il successo della figura di Garibaldi fu tale che la sua camicia uscì presto dai campi di battaglia. Negli anni Sessanta dell'Ottocento, in Francia e in Inghilterra, si diffonde tra le donne la cosiddetta "camicia alla Garibaldi": una blusa ampia, spesso rossa, con maniche larghe e polsini, da indossare con la gonna. È uno dei primi esempi di un capo maschile e militare che passa nel guardaroba femminile, e contribuisce alla nascita della blusa come capo autonomo.
Il mito garibaldino lasciò tracce anche altrove, a volte in modi inaspettati.
- Nel calcio inglese il Nottingham Forest gioca in rosso dalla sua fondazione, nel 1865, e la scelta del colore viene tradizionalmente collegata proprio alle camicie rosse.
- Durante la guerra civile americana un reggimento di volontari di New York prese il nome di "Garibaldi Guard" e adottò la camicia rossa.
- Nei decenni successivi il nome di Garibaldi e il rosso delle sue camicie furono ripresi da diversi corpi di volontari, in Europa e oltre, fino al Novecento.
Oggi alcune camicie rosse appartenute a Garibaldi e ai suoi volontari sono conservate nei musei del Risorgimento, dove continuano ad attirare l'attenzione dei visitatori. Viste da vicino colpiscono per la loro essenzialità: tessuti semplici, tagli ampi, lavorazioni senza fronzoli.
Perché proprio una camicia
Ci si potrebbe chiedere perché, tra tutti i capi possibili, sia stata proprio la camicia a diventare il simbolo di un movimento. Le ragioni sono in parte pratiche e in parte simboliche.
- Era economica. Vestire migliaia di volontari con divise complete sarebbe stato impossibile. Una camicia costava poco e si procurava facilmente.
- Era riconoscibile. Il rosso si vede da lontano, distingue gli amici dai nemici, crea un senso immediato di appartenenza.
- Era democratica. La camicia era il capo che accomunava tutti, dal contadino allo studente, dall'artigiano al borghese. Indossarla significava mettersi sullo stesso piano.
- Era comoda. Per uomini che marciavano e combattevano spesso in climi caldi, una camicia ampia era molto più pratica di una giacca militare.
In questo senso la camicia rossa anticipa qualcosa che vedremo molte volte nel Novecento: l'abbigliamento usato come linguaggio politico e come segno di identità collettiva.
Un simbolo che resiste
Più di un secolo e mezzo dopo, la camicia rossa di Garibaldi resta uno dei simboli più forti della storia italiana. Si ritrova nei libri di scuola, nei monumenti, nei nomi delle piazze, nelle rievocazioni storiche. Ma resta anche un piccolo capitolo della storia della camicia: il momento in cui un capo nato per stare sotto la giacca si è preso la scena, senza bisogno di altro.
Per chi la camicia la fa e la vende, è una storia che fa sorridere e riflettere. Ogni camicia racconta qualcosa di chi la indossa, e quella di Garibaldi ha raccontato un'intera epoca. Sul nostro blog trovi altre storie e curiosità che legano la camicia alla storia e al costume.
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